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Covid19: “L’Italia poco preparata a comunicare le crisi. Inutile la task force antibufale”. Intervista con Luigi Di Gregorio

“Il Covid19 in Italia? Abbiamo dimostrato di essere più bravi a gestire il reale che il percepito. Se la Protezione Civile ha funzionato bene, più di un appunto bisogna farlo a chi ha il compito di comunicare con i cittadini e rassicurarli: dal Governo, alle istituzioni, agli scienziati. La comunicazione è stata in molti casi contraddittoria e ha generato confusione. Non si è tenuto presente un dato: che il percepito plasma il reale. La cosiddetta legge di Thomas lo dice chiaramente: Se gli individui definiscono come reali certi fenomeni, essi saranno reali nelle conseguenze.  Quindi la verità dipende più dalle nostre convinzioni che dall’accordo sui fatti. Ma parlare col senno di poi, lo so, è facile”

A dirlo è Luigi Di Gregorio (Roma, ’75),  docente di Comunicazione pubblica, politica e sfera digitale e di Web e social media per la politica al Dipartimento di Scienze Umanistiche della Comunicazione e del Turismo dell’Università della Tuscia, autore di un libro uscito alcuni mesi fa, dal titolo Demopatia (Rubbettino) e di uno che sta per uscire, curato da Alessandro Campi (docente di Scienza politica all’Università di Perugia), intitolato Dopo.

Per il professore romano non ci sono dubbi: ad aggravare gli effetti della pandemia nel nostro Paese è stata una pessima comunicazione. Nessun piano contro la cosiddetta infodemia, cioè, la diffusione di informazione false, manipolate o non verificate e questo ha gettato nel panico i cittadini.

“Ricordo – afferma – che nell’Italia preCovid esistevano solo tre unità di crisi (quella del ministero degli Esteri, quella più recente del Ministero della Salute e la Sala Situazione Italia all’interno del Sistema nazionale della Protezione Civile) prive di responsabili della comunicazione“.

Professore, la pandemia, però, è una realtà inedita. Ammetterà che dare informazioni univoche su un evento sconosciuto non è semplice.  

Certo. Non voglio mettermi in cattedra e dire cosa andrebbe fatto e cosa no, per due ragioni. Da fuori è tutto più facile. Chi non sta vivendo questa emergenza nella situation room delle istituzioni tende a semplificare cose che semplici non sono affatto. Inoltre, col senno di poi è tutto più facile. Ad esempio, è facile dire che un decreto solo annunciato abbia prodotto più problemi che soluzioni. Mi riferisco al decreto sulla Lombardia zona rossa, che ha provocato l’assalto ai treni.

Ma?

Mi limito solo a rilevare che, in generale, c’è una sottovalutazione delle crisi del percepito rispetto alle crisi reali. Ogni emergenza porta con sé problemi reali e problemi legati a come tutti noi percepiamo l’emergenza e come ci comportiamo di conseguenza. E mi pare evidente che, quanto meno in Italia, si fosse molto più preparati alla gestione dei problemi reali – pensiamo al sistema ormai collaudato della Protezione Civile – e meno, invece, alla comunicazione di crisi. Ciò si evince dal tipo di comunicazione – talvolta generica e non sempre basata su dati e scadenze, spesso paternalistica, sovente anche poco chiara, dalla scelta di chi deve parlare e chi no, dalla composizione delle unità di crisi prive di responsabili della comunicazione, dalla gestione complessiva della comunicazione di crisi, praticamente sia accentrata che locale. Diciamo che non abbiamo assistito al trionfo della coerenza e del coordinamento, ecco. E questo perché si è sottovalutato il peso della comunicazione pubblica su tutti noi. Il che, nella società della comunicazione, mi pare clamoroso. Ovvio, il fatto che questo virus sia ancora per molti versi sconosciuto, anche alla scienza, non aiuta e contribuisce a provocare contraddizioni, caos e incertezza. Tuttavia, proprio in uno scenario di grande confusione, diventa fondamentale concentrarsi sulla comunicazione, per evitare il diffondersi di interpretazioni alternative – fake news, teorie del complotto, eccetera -, e per scongiurare un crollo della credibilità delle autorità, che peggiorerebbe di gran lunga la situazione.

In sintesi, lei dice, se la comunicazione è univoca, i cittadini capiscono e si adattano anche a norme tanto restrittive. Senza problemi. Eppure il Presidente De Luca ha dovuto minacciare di usare il lanciafiamme perché  c’era qualcuno che pretendeva di fare l’anarchico, nonostante si fossero “comunicati” in modo chiaro i rischi da contagio. Qualche giorno fa anche il sindaco Sala si è arrabbiato

La comunicazione di crisi ha bisogno di chiarezza e certezze, non di lanciafiamme. È ovvio che De Luca giochi molto sul suo atteggiamento da “sceriffo” – lo faceva anche prima. Ed è altrettanto ovvio che di certezze in giro ne abbiamo poche, a partire proprio dal punto di vista scientifico. Basti pensare alla questione mascherine: prima si riteneva non servissero, oggi siamo invitati addirittura a farcele da soli. Tuttavia, proprio nell’incertezza occorre limitare la comunicazione a pochi messaggi essenziali, basati su dati e prove, con un tono rassicurante, ma autorevole. Ma ripeto, servirebbe anche che non parlassero tutti e ci fosse un coordinamento. Le aziende serie, per intenderci, hanno un team dedicato alle crisi, fanno formazione per gestire lo stress e per testare criticità e soluzioni, adottano un vero e proprio manuale della comunicazione di crisi.

C’è stato un Paese in cui ci sia stata una comunicazione modello con i cittadini?

Difficile dirlo da fuori. Forse, chi era più pronto, anche dal punto di vista organizzativo, in termini di crisis communication management, ha potuto limitare i danni nel percepito della propria comunità.

Una task force contro le bufale, le fake news è utile?

Non credo sia molto utile e non mi è chiaro quale sia il suo mandato in termini operativi, quali siano i suoi poteri. Potrebbe addirittura rivelarsi dannosa, nel senso che un suo errore o un suo scivolone certificherebbe la plausibilità e l’autorevolezza praticamente di ogni fonte. Oggi, rilevazioni alla mano, le persone nel mondo si fidano più di tutti dei medici, seguiti da parenti e amici e poi dalle altre persone come noi. Autorità politiche, religiose e giornalisti sono le categorie ritenute meno credibili. Ciò spiega la facilità con cui si diffondono le fake news e la difficoltà di far passare informazioni veritiere e provate. Se una fake news piace, conferma convinzioni o sospetti, aiuta a darci spiegazioni di cose a noi ignote e che ci spaventano, è molto difficile smentirla e smontarla. Per ragioni umane, siamo fatti così. È giusto provare a controbilanciarle con informazioni verificate, ma non credo all’utilità di alcun tentativo censorio. Anzi.

Il Covid19 potrebbe diventare l’occasione per una “dieta mediatica”, ma anche per un ritorno al simbolico, scrive nel suo ultimo libro. Quindi, la pandemia, veleno di un sistema indebolito da una decina d’anni per colpa di un consumatore che avrebbe sostituito il cittadino, in ogni ambito esistenziale (è la tesi di Demopatia), ma anche cura?  

Il Covid-19 ha colpito una società che era già priva di certezze e credenze stabili. Una società individualizzata e narcisistica, in cui l’Io ha da tempo soppiantato il Noi. Storicamente il Noi è stato creato dalla religione e dalla politica. Ma da un bel po’ religione e politica non sono in gran forma e lo si è visto anche questa volta: è la prima volta, credo, che i Parlamenti praticamente chiudono e con loro anche le chiese. Sono state chiuse anche la Basilica della Natività a Betlemme e le piscine di Lourdes. L’uomo è un animale simbolico e questi sono segnali importanti che dicono: Politica e religione non ci salveranno, fidiamoci solo della scienza. Ma anche la scienza al momento sa dirci solo di stare a distanza e proteggerci. Finché non troverà un vaccino o una terapia certa, non avrà risposte migliori. Tutto questo va a impattare su individui privi di certezze da tempo e di sicuro non aiuterà a rafforzare le nostre difese psicologiche o a creare nuove comunità, nuovi Noi. Tuttavia, ogni crisi è anche un’opportunità, per cui, con un giusto livello di apprendimento dagli errori e dagli imprevisti, può essere possibile uscirne con nuove strategie, con una nuova preparazione ad affrontare le crisi e le emergenze, con una diversa consapevolezza delle priorità, per il singolo e la comunità.

Quale potrebbe essere la giusta comunicazione per invogliare chi ci legge a ripartire con un po’ di entusiasmo?

Il futuro deve essere migliore rispetto al presente claustrofobico. Ma dubito seriamente che sarà migliore – e che noi saremo migliori – rispetto a come eravamo pre-Covid. L’uscita lenta e graduale da questo tunnel sarà accompagnata da una nuova normalità che non ci piacerà per niente. Ci adatteremo, come sempre, ma sarà faticoso e ci sarà bisogno di un ripensamento totale del sistema produttivo e consumistico. Ne usciremo provati psicologicamente, socialmente ed economicamente. Per questo occorreranno nuove leadership in grado di rassicurarci e farci intravedere un altro futuro, indicarci nuove strade e riempire quel vuoto di certezze in cui siamo totalmente immersi oggi. Il percepito domina e riplasma il reale. Teniamolo a mente. Abbiamo bisogno di qualcuno che riesca a plasmarlo in maniera tale da ridarci entusiasmo, fiducia specie negli altri, intraprendenza, per riempire quel vuoto di futuro che ci angoscia e tiene in trappola. Non sarà facile.

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Written by Cinzia Ficco

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