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Renzi un mago, Salvini un guerriero, Conte un guaritore. Ecco gli archetipi dei nostri politici. Intervista con Fabrizio Luisi

Matteo Renzi? In primis, un Mago, come Bettino Craxi, per la velocità che ha di trasformare la realtà, poi un Creatore ed un Esploratore alla Mattei, Enrico. Silvio Berlusconi, l’Amante, ma soprattutto, l’ultimo grande Sovrano, al pari di Reagan, Kennedy, Clinton, Thatcher, Blair, Mitterand, Sarkozy e Macron. Come Amato, Ciampi, Prodi, Monti, Gentiloni e Mattarella, invece, Massimo D’Alema è un Saggio, perchè  ha sempre incarnato colui che sa, l’esperto, il politico professionista, anche se “sarà pure stato un Ministro e un Presidente del Consiglio molto competente, ma politicamente non ne ha azzeccata una. Dalla sonora fregatura che si è fatto rifilare da Berlusconi con la Bicamerale fino ad arrivare alla scissione del Pd per dare vita al Movimento democratico e progressista, formazione che ha conquistato un risultato elettorale ben al di sotto delle sue previsioni”. E ancora, Matteo Salvini un po’ Guerriero, un po’ Uomo Comune. Walter Veltroni Guaritore alla Theresa May, alla De Gasperi, alla Adenauer e alla Khol, o in Italia, alla Moro e alla Fanfani, ma anche Innocente, come Greta Thunberg. Non potevano mancare i 5 Stelle, che sin dall’inizio incarnano due figure: Il Ribelle e L’Uomo Comune con un capo che rientra tra i Giullari.

Archetipi per provare a descrivere la nostra classe politica.

Sono dodici e li utilizza Fabrizio Luisi, (Milano ’82), sceneggiatore e docente di Comunicazione politica allo Iulm, nel suo ultimo lavoro, pubblicato di recente da Mondadori e intitolato Maghi, Guerrieri e Guaritori per mostrarci come ogni personaggio politico, dall’America all’Italia, incarni un modello preciso, e da protagonista o antagonista, faccia parte di una narrazione collettiva, in cui fa presa chi riesce a raccontare e raccontarsi meglio.

La politica diventa un fiorire di narrazioni spesso imprevedibili, in cui si realizzano scenari che pensavamo di poter solo immaginare e in cui, allo stesso tempo, la realtà si muove più velocemente della finzione.

Un esempio? “Il 21 aprile 2019 – si legge nel libro – Zelensky vince al ballottaggio le elezioni e diventa  presidente dell’Ucraina con oltre il 70 per cento dei voti. Il nome del suo partito, Servitore del popolo, è ispirato a quello di una popolarissima serie comica in onda nel 2015, che ha per protagonista un uomo comune, un insegnante, eletto presidente dell’Ucraina per acclamazione popolare. L’attore che lo interpreta è lo stesso Zelensky”.

Una consuetudine che esisteva già nell’antica Grecia. Anche allora la politica si serviva dello storytelling.

“Pensiamo a Pisistrato in epoca predemocrarica.  Si procura da solo le ferite che esibisce come prova di un’aggressione subita dai propri rivali, convincendo così il popolo a concedergli una guardia del corpo di 300 mercenari con cui occupa l’Acropoli, ottenendo il potere assoluto”. O alla stessa Cleopatra, che con un’abile e intelligente narrazione si accredita come legittima sovrana vestendosi da dea Iside durante le cerimonie religiose o sceglie di essere raffigurata sulle monete con un naso e una mascella più pronunciati per sottolineare la sua discendenza dal precedente faraone suo padre”.

Insomma, come dice il maestro, le parole sono importanti, anche se non tutte e non sempre. “Sono importanti – ci dice Luisi – solo quelle che attivano determinati frame. Quindi inutili slogan o hastag svincolati da una cornice che si sceglie di perseguire, da un corredo di posture archetipiche – anche fisiche – che si decide di abbracciare”.

Quindi, da come me lo dici, ti dirò chi sei e dove vuoi arrivare.

Ma quanto è inconsapevole la scelta di un archetipo e della conseguente narrazione?

Siamo abituati a considerare il fare politica come espressione di valori attraverso un programma. Ma i valori e il programma non significano niente se non sono inquadrati in un racconto. Possiamo lasciare che il racconto si attivi automaticamente e inconsciamente nell’elettore, oppure possiamo produrne uno noi, avendone in questo modo un certo controllo. I bravi politici sono spesso persone capaci di inquadrare la loro visione del mondo, i loro obiettivi e le loro azioni in un racconto coerente. Alcuni lo fanno inconsciamente, altri studiano una strategia e si fanno consigliare. 

Puo’ un archetipo “produrre” il suo opposto? Altrimenti come spiegarsi la coesistenza di un Giorgetti e di un Guerriero nella Lega?

È possibile creare un sistema di personaggi interno al partito che produce un racconto più vivace, come fossero personaggi secondari in un film. A patto che, come in un film, i personaggi secondari siano al servizio della storia del protagonista, e ne facciano risaltare le qualità, per eccesso, per difetto o per contrasto. Il problema per Salvini non è Giorgetti – un personaggio secondario che sta al suo posto – ma Zaia, che si impone sempre di più come protagonista e volto della Lega nel Nord Italia. 

Qual è l’archetipo scelto dal Presidente del Consiglio, Conte?

Conte è sempre stato un Guaritore, uno di quelli che politicizzano la sofferenza psicologica a cui rispondono con un Ti copro le spalle, Ti accolgo, Nessuno verrà lasciato indietro. Chiamato agli inizi come mediatore, dalla crisi aperta da Salvini e con il governo M5S-PD – si è costruito una sua voce anche da Sovrano, l’archetipo del padre severo, che unisce la comunità sotto la sua guida e promette di tenere tutto sotto controllo. Durante la pandemia si è affermato definitivamente come Sovrano-Guaritore.

Quattro forze al Governo diverse, quattro archetipi diversi. Si giustificano i messaggi spesso confusi e contraddittori.

In realtà M5S e PD si sono allineati molto velocemente al livello di racconto, pur con toni diversi. La dinamica più interessante sono stati i primi mesi di governo giallorosso in cui Renzi comunicava come se fosse stato all’opposizione, guadagnando così una visibilità ben superiore ai numeri di Italia Viva. È una tecnica ben sperimentata nel governo precedente anche da Salvini. Il gioco si è rotto con l’arrivo della pandemia. Durante le emergenze nazionali si verifica spesso un effetto rally ‘round the flag, in questo caso attorno alla leadership di Conte. Lui e Zingaretti comunicano in modo simile, essendo entrambi Sovrani-Guaritori. Ma proprio per questo motivo prima o poi uno dei due scomparirà dietro l’altro. 

Nel libro, se elogi Berlusconi, sei duro con il Pd, che non ha mai avuto uno staff di comunicazione. Dopo le regionali recenti e il referendum, cosa consiglieresti a chi si occupa di comunicazione per Zingaretti e il Pd?


Nel breve periodo, assumere uno staff a tempo pieno che si occupa solo di questo, possibilmente con un’età media inferiore ai cinquant’anni. Nel lungo periodo, favorire la creazione di un think tank di indirizzo progressista che faccia ricerca in questo campo. 

Il sì al referendum ha vinto. Sono stati più convincenti i Ribelli o presunti tali, che hanno fatto un discorso anticasta o alcuni Guaritori, che hanno concentrato la campagna elettorale sull’efficienza di un Parlamento ridotto?


Non è mai stata una questione di risparmio, ma una punizione per una classe politica che sembrava impunita e al di sopra della legge. Non la legge della giurisprudenza, ma quella dell’etica: c’è la crisi, noi ci spacchiamo la schiena per sopravvivere a stento e loro guadagnano diecimila euro al mese, più i vitalizi, più le auto blu, senza rischiare nulla? La sproporzione è evidente, ma il fatto che solo i politici siano stati individuati come nemici– risparmiando, invece, amministratori delegati incapaci con bonus milionari, grandi evasori, multinazionali con sedi in paradisi fiscali, eccetera – ecco quello è il risultato di vent’anni di berlusconismo che poi sono maturati nel M5S. 

Restiamo ai 5 stelle e alla débacle delle regionali. Non sanno più raccontarsi?

Il Movimento 5 Stelle era un partito ribelle che ormai da molti anni è partito di governo, ma senza aver reinventato la sua comunicazione in modo conseguente, da qui il crollo. Comprensibilmente Grillo se ne è distanziato a livello comunicativo, per mantenere, invece, solida la sua voce di giullare, la cui vocazione è quella di provocare, ribaltare, rivelare in modo paradossale. Non mi interessa qui discutere in dettaglio delle proposte di Grillo perché non è la sua funzione produrre proposte dettagliate, ma è evidente che per uscire da una situazione di emergenza globale servono soluzioni globali e radicali. Gli appelli al realismo, alla moderazione e alla ragionevolezza non hanno finora prodotto grandi miglioramenti e ci stanno portando letteralmente all’estinzione. Se c’è un momento per osare soluzioni nuove in campo sociale, politico, ambientale, beh è questo.

Hai sentito Calenda sulla scelta di Scalfarotto in Puglia? E’ in linea con la sua narrazione?

Calenda si è sempre mosso da Saggio: la competenza prima di tutto. Da questo punto di vista il suo argomento è coerente: ha scelto di sostenere il candidato che gli sembrava più competente, al di là di ogni altro ragionamento politico. In senso più ampio, il problema è che la competenza è un tema più relativo e meno oggettivo di quel che Calenda suggerisce. In politica le competenze non sono neutre, discipline come l’economia politica o la sociologia non sono scienze esatte, ma si inscrivono in modi diversi di leggere la società, i suoi problemi e quindi in modi diversi di concepire delle soluzioni.

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Written by Cinzia Ficco

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