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Stefano Scrima: Digito, dunque siamo!

            

Se tu scruterai a lungo in uno smartphone, anche lo smartphone scruterà dentro di te.

Nietzsche (se fosse vissuto oggi)

                           

“Digito, dunque sono non basta più a definirci: meglio Digito, dunque siamo, perché più utilizziamo i media digitali più crediamo di essere connessi fra noi: non ci siamo mai sentiti così empatici e partecipi. Peccato sia solo un’illusione, una gigantesca illusione che nasconde (mica tanto) un’irrefrenabile esplosione dell’ego in cerca di felicità liofilizzata in like

E’ racchiuso in queste poche righe l’obiettivo del nuovo libro Digito, dunque siamo – piccolo manuale filosofico per difendersi dalle illusioni digitali del filosofo Stefano Scrima, pubblicato di recente da Castelvecchi.  https://stefanoscrima.com/

 Sessantaquattro pagine in cui con l’aiuto di Blaise Pascal, Jean Jacques Rousseau, Arthur Schopenhauer, Michel de Montaigne, Ortega Y Gasset,  ma anche Noel Gallagher, il pensatore italiano fa capire quanto, limitandoci a digitare, e facendolo senza consapevolezza, ci stiamo disumanizzando. Sempre più lontani da  sangue e carne, cioè, da rapporti reali, sempre meno abituati allo sforzo e alla fatica, stiamo diventando infelici.

La nostra più grande paura è quella di essere invisibili, scomparire e allora in modo compulsivo postiamo, condividiamo, esprimiamo giudizi in modo immediato. Spesso senza pensare, velocemente, perché abbiamo solo un’urgenza: dire al mondo che ci siamo. Come dei poveri disgraziati aspettiamo la grazia di un mi piace. Un like sempre più simile ad un prozac. Ma è solo un autoinganno. Quello che alla fine facciamo è riempire vuoti, tamponare frustrazioni. Però, solo in modo temporaneo.

Sì, d’accordo, ma allora meglio tornare indietro? Per Scrima si tratta solo di imparare ad utilizzare i social in modo diverso. Smettere di essere, per dirla con Etiennne de La Boétie, dei servi volontari, farci trascinare dagli eventi e dai cambiamenti, e guardare con più affetto alle relazioni vis à vis. Insomma, dobbiamo sentirci di più ed essere più umani, che significa non affidare le parole ad uno schermo. Riprendiamo a privilegiare rispetto, dialogo, tempo, riflessione. Faticoso? Ma solo così ce la caveremo.

Proviamo a calare nella realtà i discorsi di Stefano e facciamogli qualche domanda.  

Fedez e Marrone hanno fatto bene ad annunciare la loro malattia sui social?

Sono entrambi personaggi dello spettacolo di una società della spettacolarizzazione. Dal loro punto di vista tutto deve essere condiviso con il loro pubblico per tener fede al proprio ruolo e rimanere a galla. Prerogativa del loro mondo è far parlar di sé. Vorrei, comunque, vedere il lato positivo della questione: se condividere una malattia significa anche sensibilizzare sui rischi e dar forza ad altre persone nella stessa situazione, magari a corollario di un finanziamento della ricerca, non può che essere positivo. Per quanto riguarda, invece, gli effetti, immagino tu ti riferisca agli insulti ricevuti, beh, ne erano consapevoli. Per fare il lavoro che fanno ormai devono essere anche dei professionisti della comunicazione e conoscono molto bene il paradiso e l’inferno dei social.

I social, una miccia per la primavera araba. Potrebbero essere gli strumenti per tenere accese le nostre passioni politiche? Gramsci ricorrerebbe ai social contro gli indifferenti?

Dico che nel caso della Primavera Araba i social hanno avuto un ruolo chiave nell’organizzazione e nel veicolare messaggi che non potevano essere veicolati in altro modo. In quel caso sono stati fondamentali. Diversa è la questione dell’Italia oggi. È un bel problema se, come dici tu, senza i social rischiamo di addormentarci: significa che ci hanno lobotomizzato. La passione politica, che non è altro che passione per il nostro futuro, non deve passare da lì, ma dal nostro impegno quotidiano reale e che, eventualmente, può riflettersi sulla nostra attività digitale. Quando parte e finisce sui social, può trasformarsi in qualcosa di concreto come – ed è il caso più comune – rappresentare soltanto uno sfogo personale o un tentativo di riempire un ego bisognoso d’attenzione. Penso alla nostra Bestia.  Peccato che questo sia in realtà il modo più becero per acquistare consenso. Il suo è un modo per mistificare la realtà. Se gli altri devono attrezzarsi con le proprie Bestie? Dovrebbero stanare e mostrare a tutti i suoi trucchi, portare alla luce i portatori d’odio e cercare di usare una comunicazione che stimoli dialogo e riflessione, non che dia risposte facili, ma inconsistenti.

C’è un politico che ti piace seguire, bravo ad utilizzare in modo intelligente, consapevole e istruttivo i social?

Non seguo politici. I politici sui social sono in campagna elettorale sempre. Si limitano a fare leva sulle emozioni e cavalcare il fatto del giorno. Non mi interessa. Sarebbe bene che tutti, invece di seguire queste Bestie in modo passivo con un like, valutassero attraverso fonti attendibili e concrete il loro operato.

Di recente il Tribunale di Roma ha ordinato a Facebook di riattivare la pagina di CasaPound e il profilo del suo amministratore, cancellata dal social network tre mesi fa per diffusione di messaggi di odio. Servono nuovi controlli, nuove regole?

Non tutto ciò che è legale è moralmente giusto. Conosciamo tutti il paradosso dell’intolleranza di Popper, no? Non si può essere tolleranti con gli intolleranti. In una società civile, che mira alla convivenza pacifica, i messaggi intolleranti, seminatori d’odio o aggressivamente divisivi vanno stigmatizzati. Quindi il giudice non ha valutato questi fattori oppure ha valutato la loro insussistenza. Che servano più regole e controlli sui social, è evidente. La libertà di pensiero e parola non deve mai diventare un alibi per diffondere odio, ignoranza e violenza.

Siamo narcisisti e arrabbiati perché ci sono i social o il contrario?

Entrambe le cose. Da una parte i social rendono di pubblico dominio e amplificano i nostri sentimenti ed è per questo che abbiamo la percezione di un mondo narcisista e arrabbiato. Lo eravamo già, ora finalmente lo sanno tutti ed è diventato legittimo, quasi richiesto dal funzionamento stesso dei social, esserlo. Dall’altra parte, però, in questi anni abbiamo subìto una vera e propria riprogrammazione emotiva a opera del digitale, e, in particolare, dei social. Agendo sotto il nostro livello di decisione cosciente, pretendendo da noi immediatezza e brillantezza, i social ci hanno ormai abituati a non ragionare più, trasformando le nostre bacheche in crogioli di impulsi. Se siamo più narcisisti e arrabbiati è quindi anche causa loro.

E veniamo al #metoo, che secondo te è stato un risultato positivo dell’utilizzo dei social. Non pensi che in quel caso molte si siano accodate a violente campagne denigratorie sempre  via social solo per farsi pubblicità?

È possibile, e sarebbe molto grave. Tuttavia, in una società ancora fortemente maschilista come in quella in cui viviamo, non si può non guardare in modo favorevole a un movimento che ha permesso a molte donne di denunciare violenze nascoste per anni.

Secondo il Censis il 73,8% dei ragazzi possiede uno smartphone con cui vive in un rapporto simbiotico. Che fare?

Forse ti apparirò estremista, ma io vieterei l’uso degli smartphone in tutte le scuole e anche in tutti i luoghi di lavoro. Si dovrebbe utilizzare il telefono solo in caso di stretta necessità. Permettendo l’ utilizzo degli smartphone sempre e comunque, è normale che ora ci siano indispensabili. Che cosa ci aspettavamo? È questo il problema: non ci abbiamo proprio pensato. Come rimediare ora? È urgente che le scuole si adoperino per creare laboratori di educazione al digitale nei quali raccontare ai ragazzi i pericoli che corrono, stando in rete. Per citarne solo alcuni: cyberbullismo, sexting, revenge porn, shitstorm con ripercussioni molto gravi a livello psicologico. Per non parlare dei danni cognitivi dei social, in cui l’ipertrofica mole di informazioni disabitua l’utente alla comprensione e all’interpretazione di pensieri complessi. Lo schermo è un formidabile disinibitore, semplifica la comunicazione, ma al contempo anche la nostra umanità. Ricordiamocelo!

Com’è che non abbiamo più bisogno di “umano”, di corpi? Cartesio, che dici, sarebbe contento?

Cartesio sarebbe disgustato da questo mondo digitale così privo di realtà chiare e distinte. Per il resto era un pigro assoluto, e non aveva una buona considerazione dei corpi in generale. Non trovi ridicolo, quasi offensivo, che oggi per sentirsi vivi sia necessario documentare la propria vita sui social? Ci sentiamo quasi in dovere di far sapere a tutti quanto siamo fichi. Ma non lo siamo affatto, in compenso siamo diventati tutti uguali. Contenti voi…

La foto è di Antonio Iacobelli

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