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La vita di Paolo, tra rime e bisturi

Da Paolo Ferraresi, neurochirurgo e poeta, ricevo e pubblico questa lettera.

Sono nato a Bonizzo, un piccolo borgo in provincia di Mantova il 15 maggio 1969. Mia madre, infermiera, usava i siringoni di una volta, quelli di vetro. Io ci giocavo. Quanti gliene ho rotti. Così per gioco e affinità “sensoriale” è nata la mia passione per la medicina Poi a sei anni ho visto un film intitolato: “GAMMA” con Giulio Brogi. Una volta si parlava di trapianto di cervello. Chiesi a mia madre: “Chi trapianta il cervello?”. E lei: Nessuno. Ma come? Risposi. E lei mi disse: “I medici che operano il cervello si chiamano neurochirurghi”. Da lì è partito tutto Appena un anno dopo, scrissi la mia prima poesia. Avevo sette anni e in un pomeriggio uggioso, stanco di sezionare rane e uccellini morti, scrissi

SILENZIO:

una sfera lucente,

appena osa trapassar le nubi,

tutto muto è intorno, non si sente altro che silenzio.

Questa poesia è tra le prime di “Occasioni d’acqua”, la mia raccolta di 57 brani, pubblicata nel marzo 2011 online, sul sito ilmiolibro.it. Poesia e medicina-neurochirurgia sono due facce della stessa medaglia: io non curo gli altri con la poesia, curo e coltivo il senso della vita con la poesia, un senso della vita, che è indissolubilmente parte del mio lavoro di neurochirurgo. Lavoro anche 24 ore di seguito in periodi in cui per guardie o altro si debba operare in grandi interventi. Altre volte l’orario è più limitato, comunque poco “programmabile”. Il neurochirurgo è un medico che non può permettersi di guardare l’orologio. Anche questo aspetto del mio lavoro mi ha sempre inorgoglito ed attratto, ma a spingermi davvero alla neurochirurgia è stato un desiderio di vendetta verso il tumore cerebrale che, quando avevo tredici anni, stroncò la giovane vita di una mia cara zia. Non mi fa paura la sofferenza. Mi tocca, mi prende, mi dà emozione positiva, se così si può dire per reagire. La più grande scoperta da neurochirurgo? Sarà banale, ma rispondo che è sempre un’esperienza nuova e, al pari terribile, scoprire quanto l’encefalo sia stupendamente complesso e quanto poco siamo stati fino a ad ora in grado di decifrarlo. Credo che sia la parte del nostro corpo più vicina a Dio. Sono fiero di dire che, nonostante da quasi vent’anni, spenda la mia vita nelle corsie e nelle sale operatorie, non sono cambiato. Magari sono un po’ stanco di tante guardie, notti interminabili, ma non sono diventato più cinico verso la malattia. Forse più freddo quando opero. Ma quello è un requisito fondamentale. Tante volte, confesso, mi affeziono ai pazienti. Ce ne sono alcuni che mi hanno coinvolto molto nel loro dolore. Un’esperienza particolare? Non ne ho una sola da raccontare. Ho migliaia di pazienti, interventi, situazioni che costellano i miei ricordi in senso positivo. Un paziente, quando ero specializzando, veniva a trovarmi, ogni fine settimana, dopo essere stato dimesso.  Solo per parlare con me. Ecco questo pensiero mi inorgoglisce ancora. Mi turba ancora il ricordo di una giovane paziente, deceduta recentemente, dopo un mio intervento. Aveva un tumore cerebrale incurabile, come la maggior parte di quelli che curo. Io mi sono sempre principalmente occupato di oncologia neurochirurgica, anche se, fuori dagli ambienti universitari, ti trovi in trincea, e devi fare un pò tutto, dalla colonna al cranio al sistema nervoso periferico. Ma il tumore cerebrale resta una mia ferita aperta. Vorrei il mio “mattino”, vorrei un giorno potermi illuminare d’immenso, scoprendo di aver aiutato a vincere quel male. Ma temo che la vita in tal senso continuerà ad essere il seguitare una muraglia con in cima, cocci aguzzi di bottiglia”.

                                                                                                                      Paolo Ferraresi

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